Ismaila Traoré era il capo del barey ton, la corporazione ereditaria dei muratori di Djenné, e nel 1906-07 diresse la ricostruzione della Grande Moschea della città: il più grande edificio in terra cruda del mondo e, per quasi tutto il secolo successivo, l'immagine con cui l'architettura dell'Africa occidentale è stata conosciuta all'estero. La corporazione che guidava non è un ricordo ma un'istituzione viva: i suoi membri intonacano ancora la moschea ogni anno durante il crépissage, una festa comunitaria che è al tempo stesso la sua manutenzione strutturale. La paternità di Traoré conta perché il racconto alternativo, sostenuto dal giornalista francese Félix Dubois dopo la visita del 1910, attribuiva il progetto all'amministrazione coloniale. Gli studi successivi, in particolare quelli di Jean-Louis Bourgeois, ritengono il progetto sostanzialmente opera di Djenné.