
La United States Information Agency voleva un padiglione capace di superare, con la sola forza dell'esibizione, quello sovietico alla stessa Expo 67, semplicemente essendo la struttura più avanzata del sito, e diede a Fuller un budget e una scadenza anziché un programma progettuale. La sua risposta portò su scala maggiore un principio che affinava da due decenni: triangolare la superficie di una sfera in un reticolo doppio di aste d'acciaio, cosicché i carichi che farebbero collassare un singolo elemento di cupola si distribuiscano su migliaia di essi, permettendo alla struttura di racchiudere venti piani di volume libero su quattro esili sostegni. Una pelle esterna di cuscini acrilici gonfiabili, ciascuno con schermo solare motorizzato, doveva permettere all'edificio di regolare automaticamente il proprio clima interno seguendo il movimento del sole — tecnologia genuinamente sperimentale che non funzionò mai del tutto come promesso, ancor prima che un incidente di saldatura nel 1976 incendiasse l'intera pelle durante lavori di ristrutturazione, bruciandola del tutto e lasciando solo la struttura d'acciaio, che nessuno rimosse. Il Canada acquistò il guscio dal governo statunitense uscente nel 1990 e, dopo un decennio di studi, lo trasformò in un museo ambientale aperto nel 1995; l'UNESCO e altri organismi hanno più volte citato la struttura nuda, non la pelle scomparsa, come una delle opere di ingegneria che definiscono il Novecento.

Wikidata Q864789 · Commons: File:Biosphere, Montreal.jpg · Foto: Thomas Ledl · Licenza: CC BY-SA 4.0