
Ordinata da Aurangzeb nel 1671 e ultimata nel 1673, la Badshahi è l’ultima e la più grande delle grandi moschee moghul, e fu costruita in fretta: circa due anni per una corte che accoglie centomila persone. La rapidità si vede nel metodo più che nella finitura: una carcassa di mattoni rivestita di arenaria rossa di Jaipur, l’intaglio concentrato dove cade lo sguardo, le tre cupole marmoree disposte perché la centrale domini vista dal forte di fronte e non dalla corte. La pianta risponde senza giri di parole alla Jama Masjid di Delhi di Shah Jahan, ingrandita. La sua storia successiva non è affatto lineare ed è riportata nella nota di contesto. Il restauro del 1939-1960, diretto dal nawab Zen Yar Jang Bahadur, sostituì gran parte del rivestimento in arenaria e rifece la pavimentazione della corte.
La moschea cessò di funzionare come tale per quasi tutto l’Ottocento. Dopo la presa sikh di Lahore nel 1799, Ranjit Singh usò la corte come scuderia dell’esercito e le hujras — le celle del perimetro — come alloggio dei soldati; servì anche da polveriera, e nel 1841 Sher Singh piazzò zamburah, artiglieria leggera, sui minareti per bombardare il forte tenuto da Chand Kaur. Dopo l’annessione britannica del Punjab nel 1849 la moschea fu usata come caserma dall’Esercito indiano britannico, che demolì ottanta hujras sostituendole con un portico aperto per impedire che servissero a una rivolta. Di fronte al malcontento musulmano, i britannici la restituirono alla comunità musulmana tramite la Badshahi Mosque Authority nel 1852, e da allora si procedette a riparazioni frammentarie. Il restauro completo andò dal 1939 al 1960, per un costo di circa 4,8 milioni di rupie.
Wikidata Q330872 · Commons: Badshahi Masjid - Side View.jpg · Foto: Jalal.shahid · Licenza: CC BY-SA 4.0